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martedì 8 luglio 2008

Aule scolastiche

Esami di stato, dunque. Abbiamo appena terminato, abbiamo già affisso il tabellone con gli esiti (già, perché pubblichiamo gli esiti numerici delle prove scritte e non l'esito globale numerico dell'esame per un non ben chiaro diritto alla "pràivasi". Welcome in Italy....).
Cosa raccontare che io non abbia già detto, cosa riferire che non mi abbia già fatto incazzare...Procediamo con ordine.
1. Ulteriore conferma della mia più totale idiosincrasia nei confronti della burocrazia
2. Aggiungiamoci anche nei confronti di ogni dogmatismo (occorre diffidare di coloro che hanno troppe certezze, sempre. "Bisogna diffidare dei sistematici: io per la strada li evito. La volontà di sistema è una mancanza di onestà" -mein lieber Fritz, naturalmente-)
3. Perché questo qua ha continuato a chiamare le professoresse "signora" e il professore appunto "professore"? Ragazzi miei amatissimi, cercate di non usare queste distinzioni verbali. Alla lunga provocano allergie e forti intolleranze (a proposito, l'idealismo E' HEGEL soltanto. Il resto sono solo "chiacchiere e distintivo" -citazione dal film Gli intoccabili; anche Freud è importante per la filosofia; mentre della vita di Schopenhauer non so che farmene)
4. Detesto le persone che vogliono sentirsi ripetere le parole che hanno già in mente
5. Non capisco come mai sia ancora piuttosto diffusa l'equazione professore giovane=incapace di intendere e di volere (devo chiedere alla collega di matematica che tipo di equazione sia)
6. Per fortuna ci sono state delle belle sorprese
7. Non tollero affatto coloro che non lasciano parlare gli altri
8. Quest'esame è concepito male: perché è un esame aritmetico, e studenti brillantissimi, e appunto perché tali, lunatici, non prendono il massimo
9. Ho deciso che smetto di fare gli esami, ecco tutto
10. Qualora dovessi rifarli (visto che non posso sottrarmi) dovrò procurarmi qualche sostanza naturale che mi faccia vedere TUUUUUTTO ROSA!!!!!! (oppiacei? ricordarsi di leggere cosa ne dice Baudelaire)

mercoledì 19 marzo 2008

Stanza del viandante (3)



Dunque, il viaggio. Metafora calzante della nostra esistenza, paragone delle nostre vite e destinazione delle aspirazioni individuali. Il viaggio come immersione (preferirei comunque il mare, non la pioggia londinese), come straniamento non solo linguistico. Poi, certo, la banale disquisizione su cosa sia un viaggio, una gita, una escursione eccetera. Il problema non è quantitativo, bensì qualitativo. Il viaggio è qualcosa che si affronta quotidianamente, dentro se stessi, nella propria mente, nel proprio animo. Ovunque si stia.
Dunque, il viaggio. Ogni tanto dimentico di come ero io a sedici anni, e non dovrei farlo. Anche se a me l'arte piaceva, e non mi dedicavo allo shopping selvaggio. MAH, de gustibus. La cosa divertente, in questi casi, è la convivenza pressoché quotidiana con ragazzi che di solito vedi dietro un banco, osservando dinamiche e conflitti (molti, qualche volta troppi); atteggiamenti egoistici o altruistici, rapporti di amicizia e piccole inimicizie. Il carattere delle persone lo vedi nelle piccole cose, nei piccoli gesti, nella quotidianità, nelle piccole cose. Se è così, io dovrei essere insopportabile, in ogni caso.
Attendo comunque dalle mie studentesse foto PIRatate, per aprire il sito della PIRO's travel (rivolgersi alla terza D per informazioni), e per disquisizioni filosofiche di matrice aristotelica sulle quattro cause del piro, appunto.
Insomma, il viaggio non è stato poi malvagio, nonostante il tempo inclemente. Nonostante qualche nervosismo di troppo. Qualche volta dimentico davvero i miei sedici anni, e sono troppo rigida. In ogni caso, il cazziatone sulle regole alle mie ragazze non glielo toglie nessuno (così se leggono il blog glielo anticipo...). Saluti alle mie ragazze, perfidamente, ma con affetto.
Lettura del giorno e del viaggio in aereo, Diario di scuola di Daniel Pennac. Interessante: Pennac era un prof di francese alle medie, prima di scrivere di Monsieur Malaussene. Interessante e terribile. Ti fa sentire abbastanza inadeguato, come prof. Pensi di non fare abbastanza, di non essere in grado di interessare tutti nella stessa maniera. Trasmettere le proprie passioni, per quanto forti e intense esse siano (filosofia, storia, lettura, sapere, arte, viaggiare, eccetera) non è mai facile. Più facile fare imparare a memoria date e parole che non vivono, che non dicono, che non raccontano. Nel caso Barbara legga questo punto, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa (ma anche Sarah o Antonella. Voi come fate, con i vostri studenti?)

venerdì 22 febbraio 2008

Aula (Stanza scolastica) 1


La mia quotidianità, fortunatamente, non è banale. Mi confronto con altre persone, con altre idee. A volte, a scuola, mi sento abbastanza costretta ed imprigionata nell'ansia da programma; mentre vorrei raccontare altro, ai miei studenti, alle mie studentesse.
La scuola italiana non è vecchia. E' obsoleta. Burocratica e terribile. Kafka, per scrivere il Castello, secondo me, aveva fatto un giro nelle scuole italiane, nei meandri delle segreterie, in fila in attesa di "conferire" con un dirigente scolastico sempre di corsa. Ah già, adesso li vogliono managersssss.
Da questa parte, da chi sta dall'altra parte della cattedra, non si comincia con i migliori auspici. Sei un essere umano, con i tuoi casini e le tue insicurezze, con le tue idee e idiosincrasie. Non puoi, né devi andare d'accordo con tutti i colleghi, non succede in nessun luogo lavorativo che assommi a più di una persona. Non puoi, né devi amare tutto ciò che insegni: avrai pure i tuoi argomenti preferiti, i tuoi personaggi di riferimento.
Non puoi, né devi sapere tutto. Ogni tanto puoi anche dire che hai bisogno di aggiornarti. Dovrai pure imparare di nuovo per trasmettere qualcosa ai ragazzi.

Secondo me, come dice Loredana Lipperini nel suo "Ancora dalla parte delle bambine", a scuola i ragazzi vengono più per socializzare che per imparare. Questo è davvero desolante. A chi hanno delegato il piacere della scoperta? Alla rete? Ai libri, se li leggono? E chi ha abdicato alla trasmissione del sapere, che è soprattutto trasmissione di vita? I ragazzi, gli studenti, non sono una massa informe. Non li invidio. L'età tra i 15 e i 18 anni per me rimane la più terribile. Tornerei volentieri ai miei 25 anni, non ai miei orribili 18. Non sei né carne né pesce, non sai chi sei né cosa vuoi. Aiuto che angoscia.

Arrivi in cattedra, ti siedi alla prima ora (i profffsss più giovani fanno la gavetta, ovviamente: sempre la prima ora e sempre il sabato) e li vedi entrare.
Osservi i loro sforzi per costruirsi un ruolo, una identità; spesso questa passa per la contrapposizione a qualcuno/qualcosa. La stragrande maggioranza delle mie studentesse è molto fit (ness), l'ultimo obbligo terribile al quale sono costrette le giovani donne (vedi Elena Gianini Belotti, Loredana Lipperini). Rincorrono ideali corporei irraggiungibili (Lara Croft: taglia 40 e quinta di reggiseno. Dove diavolo si sorregge un seno di questa misura se non esiste carne? Lara Croft, ovviamente, è stata disegnata da uomini. Scusatemi sto divagando, ma ho un rigurgito femminista prorompente, in questo periodo). Si sentono sempre inadeguate (immagino le voci di alcune di loro: No prof, non è vero io sto benissimo! Lo so che non vale per tutte, per fortuna). Io ripeto loro che secondo me sono semplicemente perfette e bellissime, ma non è facile scalfire anni di condizionamenti, che le vogliono attente a loro stesse, civettuole e litigiose. Già, pare che la solidarietà sia maschile (si chiama cameratismo, infatti, parola che a me però fa rabbrividire. Sa di armi, di camicie nere e di violenza).
E i miei studenti? Li vedi, anche loro, che cercano di obbedire ad una identità che spesso non sentono propria. Per fortuna, specie nei più giovani, si assiste ad un tentativo di ripensare gli schemi, ma sono ancora tentativi sporadici. Se solo si uscisse dalla logica della contrapposizione.

Ma con chi parlano, con chi dialogano questi ragazzi? Avranno qualche adulto di riferimento che non sia di celluloide? I cattivi maestri sono sempre in agguato. E loro sono dei fragilissimi e bellissimi fiori di cristallo. Affidano alla rete le loro parole, i loro sogni, le loro paure. Come se si stessero disabituando al parlare a voce, guardando un amico negli occhi. L'evoluzione del Diario segreto. Dalla carta ai tasti di un PC. Ripiegati su loro stessi, a volte. Mentre la vita va affrontata a schiena dritta, sguardo fiero e verso l'orizzonte. Ma la tua sicurezza te la costruisci anche attraverso le armi della parola, della cultura...(Dario Fo: "L'operaio conosce dieci parole, il padrone mille e per questo è il padrone). L'importanza di non farsi mai mettere a tacere, di smascherare le finzioni, di svelare che il re è irrimediabilmente nudo. Anche a questo serve la cultura, e non per farsi belli in un quiz televisivo.

Forse, anche questi sono i mulini a vento. Anche oggi il Don Chischiotte che è in me si è fatto sentire. "Anche se per quel giorno vi sentite assolti, siete per sempre coinvolti" (Fabrizio de Andre, Canzone del Maggio)

Questo post è per i miei studenti, con immenso affetto, con (moderata!!!!) stima.